"Racchiusa nei grembi cerulei, aereiforme, era di tutto sovrana, beata compagna di Zeus, che offrì ai mortali brezze gradevoli che nutrono la vita, madre delle piogge, nutrici dei venti, origine di tutto.
Senza di te nulla conobbe affatto la natura della vita, perchè, mescolata all'aria santa, tutto partecipi, infatti tu sola domini e su tutto regni, agitata sull'onda con sibili d'aria.
Senza di te nulla conobbe affatto la natura della vita, perchè, mescolata all'aria santa, tutto partecipi, infatti tu sola domini e su tutto regni, agitata sull'onda con sibili d'aria.
Ma, Dea beata, dai molti nomi, di tutto sovrana, vieni benevola rallegrandoti nel bel volto." (Inno Orfico a Giunone)
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| Snowdrop by Jacky Parker |
In una dolce radura, ai piedi delle betulle, la neve scioglie lentamente il suo candore sotto il tepore del sole. I primi raggi invitano i capolini curiosi dei fiori a spingersi oltre la coltre sottile di neve e di secche foglie. Dopo la gestazione del periodo invernale, la Natura si contrae, e nelle ritrovate forze un’ultima spinta porta il suo soffio vitale, quella Forza Creatrice e Datrice di Vita che tutto rende fecondo.
In Romania, questo momento viene celebrato con la festa del Martisor. E’ una parola che difficilmente riuscirei a tradurre in italiano per voi, ma la parola stessa, martisor, richiama proprio il mese di marzo, in latino martius.
E’ una festa tipica della tradizione rumena che celebra l'arrivo della primavera e che dura solitamente 12 giorni. Per l'occasione vengono regalati portafortuna a tutte le donne, da tenere appesi accanto al cuore, in segno di gratitudine e quale riconoscimento della loro Forza Creatrice.
Si crede che gli oggetti indossati portino fortuna, fecondità e felicità.
Le più tradizionali spille martisor sono fatte con due fili di seta intrecciati, uno rosso e uno bianco, a simboleggiare l'inverno e la primavera, il principio maschile ed il principio femminile.
In antichità questi oggetti venivano confezionati durante l'inverno per poi essere indossati con l'arrivo della primavera.
Questa tradizione nasce, secondo studi archeologici, circa 8000 anni fa, nella fascia danubiana, in quelle che oggi sono le terre della Bulgaria del nord e la Romania del sud, anche se i primi reperti che ne attestano l'esistenza risalgono a 3000 anni fa.
I daci usavano portare delle piccole pietruzze bianche e rosse appese ad un filo. Altri tipi di martisor erano un filo bianco ed uno nero di lana, intrecciati, ai quali venivano appesi delle monetine. A seconda del tipo di moneta, se d'oro, d'argento o bronzo veniva indicato lo stato sociale.
In Romania, questo momento viene celebrato con la festa del Martisor. E’ una parola che difficilmente riuscirei a tradurre in italiano per voi, ma la parola stessa, martisor, richiama proprio il mese di marzo, in latino martius.
E’ una festa tipica della tradizione rumena che celebra l'arrivo della primavera e che dura solitamente 12 giorni. Per l'occasione vengono regalati portafortuna a tutte le donne, da tenere appesi accanto al cuore, in segno di gratitudine e quale riconoscimento della loro Forza Creatrice.
Si crede che gli oggetti indossati portino fortuna, fecondità e felicità.
Le più tradizionali spille martisor sono fatte con due fili di seta intrecciati, uno rosso e uno bianco, a simboleggiare l'inverno e la primavera, il principio maschile ed il principio femminile.
In antichità questi oggetti venivano confezionati durante l'inverno per poi essere indossati con l'arrivo della primavera.
Questa tradizione nasce, secondo studi archeologici, circa 8000 anni fa, nella fascia danubiana, in quelle che oggi sono le terre della Bulgaria del nord e la Romania del sud, anche se i primi reperti che ne attestano l'esistenza risalgono a 3000 anni fa.
I daci usavano portare delle piccole pietruzze bianche e rosse appese ad un filo. Altri tipi di martisor erano un filo bianco ed uno nero di lana, intrecciati, ai quali venivano appesi delle monetine. A seconda del tipo di moneta, se d'oro, d'argento o bronzo veniva indicato lo stato sociale.
I daci credevano che indossando queste monetine con il filo intrecciato avrebbero avuto fortuna, abbondanza e bellezza; credevano che proteggesse dalle scottature del sole estivo e venivano indossate fino alla fioritura degli alberi dopo di che venivano appese ai rami in segno di gratitudine verso la Madre che tutto aveva reso fertile e fecondo e tutto aveva fatto fiorire nuovamente.
In alcune zone dell’attuale Romania, erano i fanciulli a portare i due fili intrecciati attorno al collo, per un periodo di 12 giorni. Trascorsi quei giorni i fili venivano appesi ai rami di un albero. Se durante l’anno, l’albero avesse avuto una fioritura copiosa il fanciullo avrebbe avuto una vita lunga, felice e fortunata.
In alcune zone dell’attuale Romania, erano i fanciulli a portare i due fili intrecciati attorno al collo, per un periodo di 12 giorni. Trascorsi quei giorni i fili venivano appesi ai rami di un albero. Se durante l’anno, l’albero avesse avuto una fioritura copiosa il fanciullo avrebbe avuto una vita lunga, felice e fortunata.
A questo giorno è legata una leggenda.
Baba Dochia e il Fanciullo di Luce
Una legenda rumena racconta che il Giovane Dio Sole un giorno venne rapito da un drago che lo trascinò attraverso un bosco ombroso nella sua Grotta, nelle profondità della terra. Il mondo, senza la sua bellezza e senza il suo splendente calore divenne un luogo scuro e triste. Gli abitanti della terra, spaventati per la sorte che attendeva loro senza i benefici e la bellezza del sole, inviarono un giovane coraggioso ad affrontare il drago e riportare il Sole nel cielo.
Questi intraprese un viaggio lungo e pieno di peripezie che durò dalla fine dell’estate alla fine dell’inverno. Dopo lunghe lotte, condotte con astuzia, il giovane riuscì a sconfiggere il drago e liberare il Sole.
Il Dio lasciò la grotta e vibrò nel cielo con forza e splendore, fecondando la terra. Ma il giovane che lo aveva liberato era gravemente ferito, e dalle sue ferite il sangue scendeva copioso. Quei rivoli rossi scivolando sulla bianca neve, formavano quasi un intreccio. Il Sole presto scaldò la terra e sciolse la neve. I primi timidi crochi e bucaneve addolcirono le terre e resero felice il cuore degli uomini. Da quel momento, giovinetti e fanciulle, per render omaggio al giovane coraggioso che aveva salvato il Sole, intrecciano fili di seta rossi e bianchi simbolo dell’inverno e della primavera, al quale aggiungono una monetina, simbolo del Sole senza la cui vitale forza le cose non maturerebbero.
Baba Dochia e il Fanciullo di Luce
Una legenda rumena racconta che il Giovane Dio Sole un giorno venne rapito da un drago che lo trascinò attraverso un bosco ombroso nella sua Grotta, nelle profondità della terra. Il mondo, senza la sua bellezza e senza il suo splendente calore divenne un luogo scuro e triste. Gli abitanti della terra, spaventati per la sorte che attendeva loro senza i benefici e la bellezza del sole, inviarono un giovane coraggioso ad affrontare il drago e riportare il Sole nel cielo.
Questi intraprese un viaggio lungo e pieno di peripezie che durò dalla fine dell’estate alla fine dell’inverno. Dopo lunghe lotte, condotte con astuzia, il giovane riuscì a sconfiggere il drago e liberare il Sole.
Il Dio lasciò la grotta e vibrò nel cielo con forza e splendore, fecondando la terra. Ma il giovane che lo aveva liberato era gravemente ferito, e dalle sue ferite il sangue scendeva copioso. Quei rivoli rossi scivolando sulla bianca neve, formavano quasi un intreccio. Il Sole presto scaldò la terra e sciolse la neve. I primi timidi crochi e bucaneve addolcirono le terre e resero felice il cuore degli uomini. Da quel momento, giovinetti e fanciulle, per render omaggio al giovane coraggioso che aveva salvato il Sole, intrecciano fili di seta rossi e bianchi simbolo dell’inverno e della primavera, al quale aggiungono una monetina, simbolo del Sole senza la cui vitale forza le cose non maturerebbero.
Tra gli ultimi giorni di febbraio ed i primissimi giorni di marzo, viene ricordata nella tradizione rumena, anche Baba Dochia.
Nella mitologia rumena Baba Dochia, dove Baba sta per "Vecchia" (vedi anche Baba Yaga della mitologia russa) avrebbe filato il filo bianco e rosso dell’anno durante la primavera, nella sua risalita sul monte, così come le Ursitoare rumene (equivalente delle Moire) torcevano ed intrecciavano i fili della vita.
Dochia è un nome che s’incontra nel calendario ortodosso russo con il nome di santa Evdokia. La Vecchia Dochia rumena, personifica l’impazienza dell’umanità nell’attesa del ritorno della primavera, infatti, Baba Dochia aveva un figlio sposato di nome Dragomir o Dragobete.
Un giorno Dochia, per fare una cattiveria alla nuora, la mandò a raccogliere bacche nel bosco alla fine di febbraio.
Ma ai piedi delle montagne, quel mese, soffiavano ancora venti gelidi e cadeva ancora la bianca pioggia e la giovane donna mai sarebbe riuscita a trovare le bacche che Dochia voleva.
Invaghitosi della giovane fanciulla e mosso dalla compassione, un Giovane Dio Lucente apparve alla ragazza nelle sembianze di un vecchio aiutandola a procurarsi le bacche necessarie.
Quando Dochia vide le bacche, pensò subito che fosse giunta la primavera e partì per i monti con il figlio Dragobete e le capre.
Dochia, vestita con dodici pelli di agnello, camminava con passo veloce, come se avesse ali ai piedi, ma sui monti la pioggia cadeva incessante, e così le pelli si inzupparono diventando sempre più pesanti. Cosi Dochia, fu costretta a sbarazzarsi delle pelli per agevolare la salita e alleggerire il passo.
Ma la notte scendendo, portò il gelo, sorprendendo Dochia senza nemmeno una pelle per coprirsi e ripararsi.
Invaghitosi della giovane fanciulla e mosso dalla compassione, un Giovane Dio Lucente apparve alla ragazza nelle sembianze di un vecchio aiutandola a procurarsi le bacche necessarie.
Quando Dochia vide le bacche, pensò subito che fosse giunta la primavera e partì per i monti con il figlio Dragobete e le capre.
Dochia, vestita con dodici pelli di agnello, camminava con passo veloce, come se avesse ali ai piedi, ma sui monti la pioggia cadeva incessante, e così le pelli si inzupparono diventando sempre più pesanti. Cosi Dochia, fu costretta a sbarazzarsi delle pelli per agevolare la salita e alleggerire il passo.
Ma la notte scendendo, portò il gelo, sorprendendo Dochia senza nemmeno una pelle per coprirsi e ripararsi.
Il figlio morì congelato anch’esso mentre stava suonando il flauto. Il suo soffio si congelò, soffocandolo.
Secondo alcune tradizioni, Dragobete sarebbe un dio dell’amore, assimilabile ad Eros, un dio giovane e bello, così bello da irretire e portare alla follia le fanciulle che dovessero trovarsi sul suo cammino mentre raccolgono fiori e bacche nel bosco.
Mentre Dochia a volte è raffigurata con l’aspetto di una donna orgogliosa che prende in giro il mese di marzo, il quale si vendica togliendo alcuni giorni a febbraio.
Secondo altre fonti, Dochia era la figlia di Decebalo, re dei Daci. Quando l’imperatore Traiano stava conquistando la Romania vedendola se ne innamorò.
Mentre le dava la caccia, Dochia cercò rifugio sui monti Carpati per evitare di sposarlo.
Secondo alcune tradizioni, Dragobete sarebbe un dio dell’amore, assimilabile ad Eros, un dio giovane e bello, così bello da irretire e portare alla follia le fanciulle che dovessero trovarsi sul suo cammino mentre raccolgono fiori e bacche nel bosco.
Mentre Dochia a volte è raffigurata con l’aspetto di una donna orgogliosa che prende in giro il mese di marzo, il quale si vendica togliendo alcuni giorni a febbraio.
Secondo altre fonti, Dochia era la figlia di Decebalo, re dei Daci. Quando l’imperatore Traiano stava conquistando la Romania vedendola se ne innamorò.
Mentre le dava la caccia, Dochia cercò rifugio sui monti Carpati per evitare di sposarlo.
Una versione dice che si travestì da pastore per sfuggire alla follia amorosa di colui che la voleva intrappolata nelle trame del matrimonio, ma togliendosi gli indumenti morì assiderata insieme al suo gregge. Gli dei impietositi, la tramutarono in ruscello e i suoi animali furono tramutati in fiori.
Un'altra versione invece dice che per nascondersi da Traiano salì sul monte sacro Ceahlau insieme al gregge. Lì, la Dama della Montagna impietosita dalla fanciulla la trasformò insieme al suo gregge in un gruppo di rocce che tutt'ora esistono.
Un'altra versione invece dice che per nascondersi da Traiano salì sul monte sacro Ceahlau insieme al gregge. Lì, la Dama della Montagna impietosita dalla fanciulla la trasformò insieme al suo gregge in un gruppo di rocce che tutt'ora esistono.
Ma tornando al 1° Marzo, da questo giorno cominciano i "festeggiamenti" delle settimane del martisor.Oggi le donne, le bambine e tutte le fanciulle porteranno legato alla giacca, ai maglioncini, o comunque all'indumento che più di tutti è in vista, il martisor.
Il martisor è un piccolo oggetto al quale viene attribuito il potere di porta fortuna. Può essere un piccolo ferro di cavallo, un quadrifoglio, una cocinella, un'ape, oppure i fiori stessi della primavera, quelli freschi colti nei prati e nei boschi.
Tutto ciò ci riporta alle tradizioni mediterranee con Gea quale prima dea e con il periodo matriarcale che segnò l’inizio di quasi tutte le civiltà "evolute".
La donna simboleggiava lei stessa la natura e la nascita, la fecondità e la purezza.
Questa tradizione ricorda anche l'antica Matronalia, festa romana celebrata dalle donne in onore di Giunone Lucina alle Calende di marzo, considerate l'inizio dell'anno, dedicato così alla dea simbolo della madre di famiglia, cioè al principio di fecondità e prosperità dello stato.
La cerimonia iniziava nel bosco sacro a Giunone Lucina ed era il giorno in cui le matrone facevano offerte al Sacro Tempio di Iunio Lucina. Erano festeggiamenti che terminavano nelle case, dove i mariti offrivano doni alle loro mogli, doni di primizie e fiori selvatici che crescevano nei boschi e nei campi.
Tutto ciò ci riporta alle tradizioni mediterranee con Gea quale prima dea e con il periodo matriarcale che segnò l’inizio di quasi tutte le civiltà "evolute".
La donna simboleggiava lei stessa la natura e la nascita, la fecondità e la purezza.
Questa tradizione ricorda anche l'antica Matronalia, festa romana celebrata dalle donne in onore di Giunone Lucina alle Calende di marzo, considerate l'inizio dell'anno, dedicato così alla dea simbolo della madre di famiglia, cioè al principio di fecondità e prosperità dello stato.
La cerimonia iniziava nel bosco sacro a Giunone Lucina ed era il giorno in cui le matrone facevano offerte al Sacro Tempio di Iunio Lucina. Erano festeggiamenti che terminavano nelle case, dove i mariti offrivano doni alle loro mogli, doni di primizie e fiori selvatici che crescevano nei boschi e nei campi.
Articolo scritto da Rebecka. Severamente vietata la riproduzione anche parziale di questo articolo senza il consenso dell'autrice e senza citarne la fonte.



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